Precari invisibili, precariato insostenibile 

Precari invisibili, precariato insostenibile 

Talvolta capita che il docente precario provi a comunicare le difficoltà determinate dalla propria condizione lavorativa. Le risposte che ottiene sono spesso liquidatorie e solitamente associate ad un sospiro. “Il precariato nella scuola italiana? Eh…che ci volete fare! E’ sempre stato così”. Oppure, con leggera variazione: “ah anch’io sono stato tanti anni precario. Che ti posso dire, è la gavetta, l’abbiamo fatta tutti!”. C’è una sorta di ineluttabilità, di fatalismo che investe la dimensione del precariato, che lo descrive come qualcosa che c’è, che c’è sempre stato e che soprattutto non può cambiare. 

Il problema è che da anni ormai l’unico modo di entrare a scuola come insegnanti è essere chiamati come supplenti. E così passa il primo, il secondo, il terzo anno, e chi l’avrebbe mai detto, ci troviamo catapultati in questa dimensione di lavoro stagionale, assunti a settembre, licenziati a giugno, ogni volta in una scuola diversa, spesso lontana da casa, con nuovi classi. Una vita a singhiozzo, piena di esperienze interrotte e annuali saluti di arrivi e partenze.  

Per il resto dell’opinione pubblica il precario esiste solo un mese all’anno, a settembre/ottobre, quando le scuole non riescono a stare aperte perché mancano gli insegnanti. Per il resto dell’anno la questione è dimenticata, rimandata, messa da parte. 

Il precariato è invisibile all’interno delle scuole, anche perché salvo l’inizio e la fine dell’anno noi assolviamo agli stessi compiti e ricopriamo gli stessi ruoli gomito a gomito con i nostri colleghi di ruolo. Sarà successo anche a voi che ad un certo punto dell’anno vi dicessero “ah ma tu sei precario? chi l’avrebbe mai detto!” E questo vale fino alla fine, quando anche i docenti precari, assieme agli altri, si trovano a presiedere a scrutini e esami di stato. 

Il problema del precariato è invisibile agli organi di informazione. I giornalisti e i media sono i primi fautori di quella narrazione tossica che ci vuole impreparati e ad occupare un posto che non ci spetta. Eppure ognuno di noi ha scelto di lavorare a scuola, ma non abbiamo mai scelto di essere precari! Siamo invisibili perché non ci viene mai data la parola: a parlare di precariato sono i dirigenti scolastici, i politici che ne discutono spesso in maniera strumentale e superficiale, oppure addiritturi i cosiddetti “esperti esterni” ovvero gli esponenti della Fondazione Agnelli. Eppure la responsabilità di questa situazione è da rimandare alle politiche cieche promosse dai governi che si sono succeduti, diversi nei nomi ma spesso analoghi nei fatti, che hanno perseverato in proposte di reclutamento assolutamente inefficaci, cambiando continuamente in corsa le regole del gioco, dividendo i lavoratori della scuola in mille categorie contrapposte tra loro, restringendo sempre di più i requisiti per l’assunzione e creando continuamente imbuti e ostacoli alla stabilizzazione.  

Uno dei primi interventi pubblici del Ministro Bianchi è stato provare a dare i numeri del precariato e promettere di intervenire nella questione. Il risultato è stato diametralmente opposto: l’articolo 59 del Decreto Sostegni-bis è un grande fumo negli occhi e rappresenta l’ennesimo inaccettabile sfregio compiuto ai danni delle precarie e dei precari che da anni consentono il regolare funzionamento delle scuole. 

Il precariato è invisibile agli occhi dello stato. Alla fine di questo anno, un anno che si è aperto con il 25% dei posti coperto da supplenti, che ha visto un concorso straordinario svolto in piena pandemia (e di cui ancora non si conoscono tutti i risultati, ma già si vede l’indecente numero di bocciature e conseguenti posti scoperti) il ministro Bianchi se ne esce con un decreto rivolto solo a una minuscola fetta di insegnanti. Ed è l’ora di dirlo forte e chiaro, se siamo precari non abilitati non è una nostra colpa, ma è frutto di scelte ministeriali che da anni sfruttano noi lavoratori e lavoratrici senza tenere in minima considerazione la nostra formazione e ignorando anche le sentenze europee che chiedono un minimo di dignità per chi da anni permette il funzionamento della scuola italiana. 

Non è solo una questione di diritto del lavoro. Quante volte si sente dire “lei sì che è una brava insegnante, ha tanta esperienza!”. Non si tratta di età anagrafica, ma del fatto che ciò che fa di una persona un bravo o una brava insegnante è proprio la consapevolezza del suo ruolo. E l’esperienza la si matura sul campo, nella relazione con le classi, nel confronto con i colleghi, nella frequentazione di tutti gli spazi della scuola e dei suoi organi collegiali! I nostri anni di servizio non sono una colpa, ma un valore che non deve essere disperso. 

Il 15 giugno nelle piazze di Roma abbiamo indossato l’invisibilità che spesso ci viene rivolta. Docenti fantasma, docenti con maschere bianche senza volto. Spiriti che vengono evocati solo in certi momenti e poi, effimeri, scompaiono nel niente. Fantasmi di un sistema che si serve di noi tutto l’anno, ma quando si tratta di stabilizzazione ci tratta da esseri infestanti da debellare! 

Chiediamo l’assunzione a tempo indeterminato per tutti i precari e le precarie che hanno almeno tre anni di servizio alle spalle. 

Chiediamo che venga affrontata seriamente la situazione del sostegno, assumendo tutti coloro che da anni ci lavorano e dando loro la possibilità di completare la propria formazione. Chiediamo che si intervenga sul reclutamento in una maniera strutturale, ripristinando un sistema di doppio canale che permetta di effettuare ogni anno il 50% delle assunzioni tramite concorsi ordinari e il 50% tramite concorsi per titoli e servizi. Un sistema che permetta di superare definitivamente la retorica del merito e la politica dell’emergenza e che sia in grado di riconoscere strutturalmente, la possibilità di entrare nella scuola senza passare dalla gavetta del precariato, e parallelamento il diritto all’assunzione a tempo indeterminato, a chiunque raggiunga i tre anni scolastici di servizio. 

Noi esistiamo, abbiamo dato tanto al nostro lavoro, ci siamo guadagnati sul campo la nostra formazione, spesso a nostre spese. Ciò che deve cessare non è la nostra mobilitazione, ma questa vergogna della scuola tenuta in piedi sullo sfruttamento del lavoro precario! 

Coordinamento precari/ie della scuola di Bologna e Modena 

CNPS Coordinamento Nazionale Precari Scuola