La Parola che non muore e le parole non comprese, figlie di un dio minore. L’affidamento

La Parola che non muore e le parole non comprese, figlie di un dio minore. L’affidamento

LA PAROLA CHE NON MUORE

Tre giorni di incontri a Bagnoregio e Montefiascone

(1°-3 ottobre)

VIa edizione

Dante, la memoria, la scuola, la malattia

LA PAROLA CHE NON MUORE E LE PAROLE NON COMPRESE, FIGLIE DI UN DIO MINORE. L’AFFIDAMENTO

Siamo partiti con un affidamento temporaneo che doveva durare massimo 18 mesi e siamo arrivati ad un affidamento sine die, ovvero fino ai 18 anni. La nostra esperienza come genitori affidatari è stata piena di gioie e dolori, incomprensioni e ricongiungimenti, discussioni e riappacificazioni. Una cosa è certa, è un’esperienza che ti riempie la vita ma che ti mette in forte discussione.

Un aspetto andrebbe affrontato meglio, che senso ha lasciare un ragazzo fino ai 18 anni in una famiglia affidataria e non darlo in adozione prima?

Al progetto di vita del ragazzo ci ha pensato davvero qualcuno o no?

Con queste parole Nicola Maulucci si è presentato al pubblico del Festival lo scorso 2 ottobre, e nonostante l’ora tarda, l’attenzione del pubblico per un tema di cui si parla pochissimo c’era eccome. Da oltre quattro anni ha condiviso la sua casa e la sua vita con un ragazzo che tra breve sarà maggiorenne e che con questa famiglia ha attraversato tutta la fase più critica dell’adolescenza.

L’affidamento come progetto: nessuno ci pensa in Italia, ma intanto famiglie come quella di Nicola fanno uno sforzo e dimostrano una generosità fuori dall’ordinario verso questi ragazzi che vengono da contesti difficili e che spesso si sentono come ‘pacchi’, anzi peggio perché almeno un pacco un destinatario sicuro e definitivo ce l’ha. Nella nostra breve intervista Nicola e la sua compagna ci insegnano molto, sul piano umano e sociale. Non c’è un manuale per essere genitori, tantomeno ce n’è uno per essere genitori affidatari.

Ma che vuol dire in questo contesto la parola ‘progetto’: vuol dire- ci spiega Nicola- che al centro di tutto ci dovrebbero essere i ragazzi. Loro infatti non possono aspettare, crescono e subiscono gli effetti maggiori della discontinuità affettiva. E poi il rapporto con la famiglia biologica, che spesso, e pochissimo se ne parla, non appartiene allo stereotipo della famiglia affetta da problemi di criminalità o tossicodipendenza. Spesso il problema è infatti la povertà, la mancanza di risorse.  E per la famiglia affidataria, il tempo. Perché molto frequentemente il tempo massimo dei due anni è una foglia di fico che nasconde in realtà un affidamento sine die ma senza che di questo si faccia espressa menzione. Così i genitori affidatari si trovano spesso disorientati, senza prospettive e solide basi per costruire e ricostruire un rapporto tra loro e i ragazzi e tra questi ultimi e la società (e l’autorità rappresentata non solo dai genitori ma anche dalla scuola e dagli insegnanti), cose che richiedono invece anni di costanza, affetto e applicazione. Le istituzioni insomma sembrano mostrare una certa indifferenza verso un percorso così difficile, dove fondamentali sono da una parte le certezze legate al proprio futuro e dall’altra la chiarezza riguardo al proprio passato. Inoltre per chi come Nicola e la sua famiglia ha fatto della generosità e dell’accoglienza una scelta di vita (accolgono periodicamente da molti anni un ragazzo proveniente dalla Bielorussia) è difficile se non impossibile fare rete, e condividere con chi ha intrapreso la loro stessa strada esperienze, criticità e proposte.

Visto il tema conduttore del nostro Festival, abbiamo chiesto a questa bellissima famiglia quali siano state le loro prime parole scambiate con il ragazzo che hanno in affidamento quando aveva tredici anni e che ormai sentono a tutti gli effetti come parte di loro. Non ci hanno risposto parlando di concetti complessi, di regole o altro, ma di quattro parole che crediamo chiariscano tutto: disponibilità, rispetto, amore e inclusione. Un grazie a Nicola Maulucci!