Intervista Esclusiva a Salvatore Laino; “Breve storia della scuola italiana”

Intervista Esclusiva a Salvatore Laino; “Breve storia della scuola italiana”

Dicembre 24, 2021 0 Di Salvatore Iannone

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Il libro, come si legge anche dalla prefazione, nella sua natura di testo puramente divulgativo circa la storia del sistema scuola e come negli anni si è evoluto, ha condizionato una generazione di Ministri della Pubblica Istruzione. Secondo Lei, quanto questo può avere influito sulle scelte politiche anche attuali?

“Secondo Talcott Parsons, un Sistema sociale è un insieme di relazioni di interdipendenza tra elementi che consentono di distinguere questo insieme di elementi da un altro insieme o da un altro sistema. All’interno del Sistema sociale sono presenti quattro sottosistemi tra cui quello della latenza. La funzione di latenza, o mantenimento delle strutture latenti, consente di mantenere stabili i valori/motivazioni/significati che orientano l’azione in modo adeguato alle esigenze del sistema. Garantisce la stabilità dei modelli di comportamento istituzionalizzati e comprende i meccanismi di socializzazione che permettono l’interiorizzazione delle norme e dei valori. Queste strutture simboliche sono dette «latenti» perché il loro funzionamento è indipendente dalla coscienza che ne ha l’individuo: la cultura interiorizzata è data per scontata e sfugge all’attenzione riflessiva. Il Sistema nazionale d’istruzione, e quindi la scuola, è stata lo “strumento” fondamentale per “fare gli italiani” come scriveva Massimo D’Azeglio. Dalla nascita della Repubblica italiana, il Ministero della Pubblica istruzione (spesso accorpato con quello dell’Università) è stato affidato per oltre un quarantennio a Ministri dell’allora Democrazia Cristiana, attenti alle innovazioni dell’epoca ma preoccupati, a mio giudizio, di realizzare una scuola capace soprattutto di implementare il valore del rispetto della persona e quelli tipici della democrazia. Con gli sconvolgimenti politici e l’affermazione di nuove organizzazioni politiche, con le varie Raccomandazioni europee in materia d’istruzione e formazione, I Governi e, di conseguenza, i Ministri dell’Istruzione, stanno avvicinando la scuola italiana agli standard Comunitari senza tener conto però, del divario territoriale e senza assumere iniziative politiche di tipo strutturale per ridurlo specie nella scuola e per la scuola, soprattutto nel sud e nelle isole. E’ questo, a mio avviso, la carenza che ancora oggi deve essere affrontata e risolta dai Ministri della Pubblica Istruzione per garantire un sistema formativo nazionale più equo per le nuove generazioni di italiani a prescindere dalla loro collocazione territoriale”.

Negli anni si sono succedute diverse riforme, tanto si è parlato di Scuola, dalla ministra Gelmini che voleva avviare l’istruzione verso un processo di privatizzazione all’onorevole Matteo Renzi che con la riforma della Buona Scuola ha cambiato e stravolto tutto il sistema scolastico. Secondo lei l’attuale sistema funziona? Se potesse, cosa cambierebbe e perché?


“Sarei un pò cauto nel parlare di riforme intese come riforme di Sistema in quanto nella storia ne abbiamo conosciute solo due: quella del Ministro Casati e quella del Ministro Gentile. Più significative per l’aspetto strutturale degli ordinamenti (e forse piu classista) è stata quella delineata, per il secondo ciclo, sotto il ministero condotto da Letizia Moratti. Durante il periodo della Ministra Gelmini, invece, l’intera politica scolastica è stata orientata da stringenti politiche economiche dettate dall’allora Ministro Tremonti. La politica dei “tagli lineari” infatti è stata determinante per realizzare forti economie per il bilancio dello stato che nulla hanno a che fare con scelte di carattere pedagogico e sociale necessarie per una effettiva innovazione del Sistema d’istruzione italiano. Sotto il Governo Renzi, invece, con la Legge n. 107 del 2015 e con i suoi decreti applicativi, sono stati apportati dei cambiamenti al Sistema nazionale senza avere una consolidata visione complessiva dello stesso e degli obiettivi da perseguire. Ciò che manca, a mio avviso, è proprio una completa visione dell’intero Sistema d’istruzione e formazione e dei rapporti tra i soggetti chiamati a gestirlo, come previsto dall’art. 117 della nostra Costituzione. La divisione per questo livello decisionale tra Stato, Regioni, Area delle scuola paritarie laiche e confessionali genera un disallineamento dell’offerta formativa tra le aree geografiche nazionali: pensiamo, ad esempio, alle regioni del nord che hanno un Sistema di formazione professionale tanto importante per i giovani ma assolutamente mancante al sud d’Italia. Il principio di pari opportunità e di uguaglianza, a mio avviso è disatteso, continuando ad alimentare il divario tra le aree geografiche del nostro Paese”.

La Repubblica italiana ha dalla sua un record, purtroppo negativo. Siamo la terzultima realtà europea per retribuzione dei docenti. Quanto ritiene sia importante investire sulla scuola e soprattutto sui lavoratori del settore? È giusta la remunerazione statale o è troppo bassa? Potrebbe un aumento degli stipendi migliorare la qualità dell’insegnamento?

“L’insegnamento, a mio avviso, è più di un lavoro fatto con abnegazione; è infatti configurabile come una vera e propria missione che ha bisogno, per compierlo, di un profilo professionale non semplicemente basato su competenze disciplinari ma sulle competenze relazionali, docimologiche, didattiche, di progettazione, di ricerca, di capacità empatiche e di gestione dei tanti processi da ideare e realizzare nella scuola. L’insegnamento non deve essere un ripiego professionale ma un modo di sentire, un modo di impegnarsi per la costruzione di una società migliore. Oltre a questa profonda motivazione personale, ritengo che occorra assolutamente investire nella valorizzazione della retribuzione del personale scolastico, dalle figure dirigenziali, ai docenti, al personale Amministrativo, tecnico ed ausiliare con stipendi adeguati e non da sopravvivenza come sono attualmente. In altri Paesi europei, il docente svolge solo questa attività quotidianamente curando le varie dimensioni dell’essere docente, da quella strettamente didattica a quella di costante studio e ricerca per il proprio miglioramento professionale. Gli stipendi, a mio avviso dovrebbero essere adeguati, con urgenza, a quelli europei, collocandoli almeno al terzo posto di tale classifica. E’ necessario, però, anche curare con altre modalità il reclutamento dei docenti, assumere direttamente il personale precario dopo un periodo triennale con prove concorsuali di “verifica dei requisiti di base per la professione” secondo quanto sopra richiamato. Certo, potrebbe non esserci una stretta correlazione tra stipendio più elevato e professionalità ma, con opportune verifiche, si potrebbe pensare anche ad assumere provvedimenti esclusivi per coloro che non raggiungono determinati obiettivi; ma questo potrebbe essere un discorso delicato. Certo, dalla mia esperienza, posso dire che, probabilmente, la legge n. 104 del 1992, legge di alto valore civico, dovrebbe essere utilizzata con più equilibrio non solo nei confronti dei parenti dei beneficiari ma anche nei confronti degli alunni che la mattina, a scuola, aspettano i loro docenti”.


Quali sono, a suo avviso, le nuove sfide cui la scuola “magistra vitae” deve preparare i nostri ragazzi ? È ormai superato l’insegnamento puramente nozionistico o si devono compiere ancora passi? Riesce la scuola italiana ad essere “al passo con i tempi”?


“Le sfide che la società contemporanea pone alla scuola sono tante e possono essere raccolte ed affrontate con successo realizzando per i nostri giovani le competenze riassunte dal Profilo dello studente previsto all’uscita dalla scuola del Primo Ciclo e dal Profilo educativo culturale e professionale previsto all’uscita dalla scuola secondaria di secondo grado (PECUP). Questi profili sono, a loro volta, già allineati alle 8 competenze chiave previste dalla Raccomandazione europea del 2018. La scuola italiana si è orientata da alcuni anni verso questi riferimenti previsti dalle Indicazioni nazionali del 2012 per la scuola dell’Infanzia e del primo ciclo, e dai DD.PP.RR. n. 87, 88 e 89 per la scuola secondaria di II grado. Certo, non bastano solo obiettivi da perseguire espressi in termini di competenze ma occorrono le innovazioni strutturali di cui si parlava prima (riduzione dei divari territoriali, valorizzazione economica del personale scolastico, alta professionalità del personale scolastico). A tutto questo bisogna far in modo da affiancare, per la professione docente, un profondo cambiamento nei metodi didattici; in altre parole, a mio avviso, ogni docente deve utilizzare più metodi didattici in base alle tante e variegate situazioni che deve gestire nel suo prezioso lavoro. Senza demonizzarla, bisogna ridurre sicuramente l’utilizzo della lezione frontale, figlia del superato approccio comportamentista e utilizzare didattiche attive che pongono al centro del processo di apprendimento l’alunno”.


Si parla molto del passato nel libro, ma cosa sa dirmi della scuola del futuro? Come si immagina che sarà?


“La pandemia ha costretto la scuola a dare risposte di metodo diverse rispetto al passato; seppure in situazione emergenziale, ha dato una risposta comunque efficace rispetto ad una prospettiva di allontanamento totale tra docenti e discenti. Abbiamo vissuto e stiamo vivendo una “guerra” e la scuola ce la sta mettendo tutta. La mia immaginazione mi fa pensare ad una scuola centrata sui bisogni educativi dei discenti, una scuola che si proponga, con personale altamente professionale e adeguatamente retribuito, di realizzare una scuola delle e per le pari opportunità di tutti e di ciascuno, accogliente e inclusiva, generativa di processi di efficace mobilità sociale ascendente. I mezzi per realizzare tutto questo possono essere tanti: rapporti personali, interpersonali, tecnologie varie; non sappiamo, ad esempio, quali saranno i possibili strumenti del futuro ma, anche se la mia considerazione può apparire “romantica”, io credo che la scuola deve sempre tenere insieme le due dimensioni dell’istruzione e della socializzazione per poter realizzare in modo efficace il processo di formazione che la società gli ha affidato. In altre parole, la scuola sicuramente sarà tra qualche decennio diversa da quella di oggi, ma bisogna sempre aver presente che non può essere realizzato il futuro senza tener conto del proprio passato e della propria storia”.

La Voce della Scuola LIVE

Redattore: Salvatore Iannone
Caporedattore: Doriana D’Elia                                                                                                                                                                                  Editore: Diego Palma